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PERCHE’ QUESTO BLOG?

  1. Intercettare e interfacciare le attività, sui Social e nella vita reale, avvicinarle e farle dialogare;
  2. Sviluppare un processo di comunicazione trasversale, che si alimenti di contenuti partecipati, e produca azione intellettuale e relazionale;
  3. Realizzare progetti ed eventi di promozione culturale, al fine di accrescere e diffondere il benessere sociale, nella comunità di RiPiaNibbi, per esempio:

di portare avanti progetti di solidarietà sociale, di stimolare la partecipazione alla cosa pubblica, di rivalutare e salvaguardare la propria identità rurale e contadina, anche attraverso la sua capacità e forza di espressività gergale ed idiomatica.

attivare un Forum di discussione sulle tematiche di interesse più condivise; cercare di rivitalizzare l’entusiasmo, la convivialità e il carattere festoso che, per eredità generazionale, contraddistingue da sempre questa comunità,  e lo trasmette  in ogni manifestazione sociale o eventi ricreativo, sportivo e culturale cui partecipa.

Partendo dal presupposto che la cultura e la lettura sono indispensabili per la crescita civile di una popolazione, capaci di favorire un maggior senso civico ed il rispetto nei confronti dell’altro, ci proponiamo di organizzare costantemente campagne sociali che possano vivere sui diversi canali d’informazione. Iniziative ed attività capaci di sensibilizzare l’opinione pubblica su temi di strettissima attualità. Focalizzeremo l’attenzione sulla valorizzazione e la tutela del patrimonio artistico e la salvaguardia dei beni paesaggistici, potendo contare sul sostegno da parte delle Istituzioni, dei protagonisti del mondo dell’editoria e della gente comune.

Particolare attenzione sarà volta nei confronti di tutte quelle attività ed iniziative che possono favorire e promuovere la lettura e la formazione di un’opinione critica, vere e proprie fondamenta sulle quali si basa la civiltà e la crescita di un popolo.

NON LASCIARE CHE IL TEMPO SCORRA PER NULLA … DISCUTIAMONE… QUI

POLITICA SOCIALE

…”questa sconosciuta”

La politica, per molti di noi, rimane ancora oggi la grande sconosciuta, un argomento che suscita diffidenze e paure.

La causa di questo atteggiamento sbagliato, dipende dalla confusione che spesso si fa tra politica intesa come attività sociale ed attività partitica. La vita di partito non è che uno dei tanti modi attraverso il quale un cittadino può fare politica.

In realtà un cittadino può fare politica partecipando ad attività sindacali, ai comitati di quartiere, alla vita culturale, ai gruppi spontanei, ai consigli scolastici o anche solo svolgendo il proprio ruolo di genitore o il proprio lavoro professionale.

Far politica, in altri termini, significa svolgere determinate attività in linea con le idee sociali che, a parere di chi opera, sono in grado di assicurare il maggiore sviluppo civile alla collettività.

Questo vuol dire che ognuno di noi “fa politica” molto più spesso di quanto creda, e che fa politica sia quando spinge verso una società più moderna, che quando tira verso una società “retrograda”; sia quando si batte per conservare i privilegi – a quelli che a qualsiasi livello possono esercitare il potere -, sia quando si batte per il riscatto degli emarginati, o per dare voce anche a chi non si sa imporre sulla scena pubblica. Con questo non bisogna credere che qualunque modo di far politica sia buono. Noi distingueremmo tra politica innovatrice e politica conservatrice, tra azione individuale e azione collettiva.

Quanto alla distinzione tra innovazione e conservazione, occorre tener presente che la storia dell’umanità è una storia di classi sociali emergenti che, col tempo, si sono via via sostituite a classi sociali dominanti.

Chi ha il potere lotta per conservarlo, chi non lo ha per conquistarlo. Perciò la politica orientata in senso statico, privilegia chi sta al potere, mentre quella in senso dinamico favorisce chi lotta per il mutamento sociale, per la ridistribuzione del potere, per la gestione del lavoro da parte dei lavoratori, per la promozione di eventi culturali innovativi e alternativi, per le riforme e, in alcuni casi, per la rivoluzione. Noi possiamo impegnarci individualmente, attraverso un’azione solitaria che ci lascia moralmente soddisfatti; ma che finisce col risultare poco efficace. Il modo migliore, a nostro modesto parere, di fare politica è quello di unirsi a  chi la pensa come noi, a chi insieme a noi può cambiare qualcosa.

By | mercoledì, 18 luglio, 2018|Categories: Uncategorized|0 Comments

RACCOLTA E DONO


“Bisogna sempre lasciare qualcosa nel piatto”

La generosità è anche un fatto di educazione, sganciarsi dalle avidità. Prendere meno di ciò che si ha bisogno, e cercare di dare più di quel che si può. È sentire la presenza degli altri e rispettare i loro bisogni, senza consumare tutto, ci si diverte lo stesso, anzi di più.

La solidarietà, alle persone interessate e devastate da fenomeni catastrofici (come un terremoto), si può esprimere: o con la donazione, diretta e invisibile, individuale; oppure attraverso la raccolta, associata e pubblica, spesso in occasioni di feste ed eventi aggregativi. In queste manifestazioni, parte del nostro contributo partecipativo, viene devoluto per ricostruire spazi e risorse a chi, momentaneamente si spera, non può averle a disposizione come noi.

La comunità di RiPiaNibbi è riuscita in questo. Si è educata alla generosità, condividendo un grande e significativo evento, come quello della “Pizza Scima”.

Onore e merito, quindi, anche e soprattutto agli organizzatori, che l’hanno resa possibile: il contributo alla ricerca prima, ed ora anche la solidarietà sociale.

Noi siamo tutto questo: divertimento, sostegno e partecipazione. E forse anche di più!

“bisogna sempre lasciare qualcosa nel piatto… per farlo sembrare ricco e permettere di giocare a chi non può puntare

By | martedì, 5 giugno, 2018|Categories: Uncategorized|0 Comments

ONORE E FIEREZZA

“ Il mondo è cambiato più nell’ultimo trentennio di quanto non sia mutato dopo Gesù Cristo ”

 

Noi conosciamo bene il nostro popolo! Non si saprà mai fino a che punto arrivava la decenza e l’integrità spirituale di questa comunità; una tale delicatezza, una cultura così profonda. Non si ritroveranno più. Né tale finezza, né tale ponderatezza nel parlare. Quella gente arrossirebbe per il modo in cui noi parliamo (giovani, ma anche meno giovani ed anziani), che poi è il modo borghese ( e per “Borghese” intendiamo: la classe che ha guidato la modernizzazione economica secondo cui il borghese è il portatore di una mentalità caratterizzata dal conformismo, chiusa nella sfera del particolare, antieroica, sorda ai superiori interessi della collettività). E oggi, tutti sono borghesi. Tutto il mondo lo è. Abbiamo conosciuto contadini prima, e poi operai, che avevano voglia di lavorare, che al risveglio pensavano solo al lavoro. Si alzavano la mattina cantando all’idea di andare a lavorare, e cantavano quando arrivava l’ora di mangiare. La loro gioia, la radice profonda del loro essere stava nel lavoro, la loro stessa ragione di vita. C’era un onore incredibile, nel lavoro, il più bello degli onori, il più cristiano, il solo forse che possa rimanere in piedi.

Che resta oggi di tutto questo? Come hanno potuto trasformare il popolo più laborioso della terra, il solo popolo, forse, che amava il lavoro per il lavoro e per l’onore di lavorare?

C’è stata la rivoluzione cristiana. E c’è stata la rivoluzione moderna. Queste sono le due rivoluzioni da ricordare. Un artigiano di quei tempi era un artigiano di un qualsiasi periodo della cristianità. E forse senz’altro di un qualsiasi periodo dell’antichità. Un artigiano di oggi non è più un artigiano. In questa bella fierezza del proprio mestiere convergevano tutti i sentimenti più belli e più nobili. Una dignità. Una fierezza. “Non chiedere mai nulla a nessuno”, dicevano. Queste sono le idee con cui ci hanno educato. Perché cercare lavoro non era chiedere. Era la cosa più naturale del mondo, la più normale delle richieste, anzi, non era neppure una richiesta. Significava solo prendere il proprio posto in fabbrica. In un’ambiente operoso significava prendersi il proprio posto di lavoro, che era lì ad aspettare. In quei tempi (quando i contadini cominciarono a non bastare più a sé stessi) un operaio non conosceva il significato della parola raccomandazione. È la borghesia che raccomanda. È la borghesia che, imborghesendoli, ha insegnato loro a raccomandarsi. Oggi in questa stessa insolenza e in questa brutalità, in questa specie di incoerenza in cui essi esigono delle rivendicazioni, si sente subito questa sorda vergogna: di essere quasi obbligati a raccomandarsi, di essere costretti, dagli eventi della storia economica, a elemosinare. Sì, ora essi chiedono agli altri. Anzi, pretendono tutto da tutti. Ma esigere è sempre chiedere. È ancora servire. Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Avevano un onore assoluto, come si addice solo all’onore.

(Alcuni dei nostri “Operai”, nelle montagne Svizzere, degli anni ’50/60)

Nel tempo libero

 

Al lavoro

 

 

(Alcuni dei nostri “Operai/contadini”, nelle nostre campagne)

Tosatura delle pecore

 

Mietitura del grano

 

Nel tempo libero

By | domenica, 20 maggio, 2018|Categories: Uncategorized|0 Comments

INFANZIE

Da piccoli eravamo tutti piuttosto mingherlini, forse mangiavamo poco!? Certamente non in abbondanza, quindi carenza di grassi, vitamine, zuccheri ecc. ecc.( forse anche di affetto, di attenzione) e giacché quando ci era permesso giocavamo, bruciando presto tutte le calorie, insieme ad altri bambini, in strada – allora non pericolosa per la scarsità di macchine o moto e via dicendo. – Per mantenersi in forma particolarmente per i bambini non c’era bisogno della palestra, del nuoto, del footing… Per la maggior parte si facevano giochi di movimento.
Insomma aveva una certa pericolosità, ma permetteva la vita all’aperto, la socializzazione anche tra i due sessi, non troppo frequente, né ammessa al tempo in  quei giochi per lo più riservato ai maschi.
In ogni modo capitava a volte che svegliandoci presto al mattino avevamo fame ed allora scendevamo cauti in cucina a prenderci una fetta di pane. Oh, quell’odore che emanava dalla madia di legno – specie se il pane era stato fatto il giorno prima, in casa come al solito- com’era buono e invitante! Poi si risalia a mangiarlo in cameretta, in punta di piedi, per non farci sentire da mammà che dormiva nella camera accanto. Piano piano ci mettevamo a letto, che però sempre un po’ cigolava, poiché il “saccone”con le foglie essiccate delle pannocchie di granturco e lo smilzo materassino di crine posavano non sulla rete (allora “roba da signori”), ma su assi di legno con due trespoli in ferro, che al minimo movimento oscillavano e scricchiolavano … In silenzio ci scaldavamo con la testa sotto le coperte, anche perché le coperte erano sempre corte realmente e metaforicamente.

By | domenica, 29 aprile, 2018|Categories: Uncategorized|0 Comments

UOMO NATO DESTINO DATO

“Ommene néte destine assegnéte”

Un tradizionale detto popolare che giustifica la sorte di ogni uomo, la sua buona o cattiva sorte.

L’evoluzione della cultura sociale, tutti gli studi e le scoperte scientifiche, non hanno mai dato particolare importanza a questa semplice massima. Relegata nel novero dei vari proverbi di origine folcloristica, considerata mera espressione di “rassegnazione” di alcuni ceti, a particolari condizioni sociali e civili, che non potevano cambiare o determinare altrimenti.

Si instaura quindi il concetto di “Autodeterminazione”, e cioè la capacità insita in ogni essere umano di porsi obiettivi ed ottenere ciò che vuole. La Filosofia e le Scienze sociali indagano e promuovono in questo senso ogni azione individuale volta a superare i limiti del proprio status. Anche le classi più povere potevano abbracciare questo nuovo paradigma: “ognuno è artefice del proprio destino”; “il destino è come te lo fai”. Intanto, nelle Scienze cosiddette esatte, continua la ricerca: già con il biologo e filosofo Jacques Monod (premio Nobel per la medicina nel 1965), nel suo libro Il caso e la necessità condensa al meglio il suo rivoluzionario concetto filosofico – basato su studi scientifici – che lega ogni azione, accadimento, vicissitudine umana, anche alla struttura del DNA; fino ad arrivare agli attuali approfondimenti delle molecole che compongono quel lungo e contorto filamento che determina tutto ciò che siamo (il DNA e i suoi 46 cromosomi in cui si articola nel genoma umano). Il DNA, quindi, contiene tutte le informazioni genetiche riguardanti la nostra esistenza (ed è già dentro di noi, c’è sempre stato).

Se allora nel nostro DNA è ascritto ogni cosa, quel che saremo o diventeremo, e può dirci quanto possiamo vivere, quanto possiamo capire e fare – assestando un duro colpo e facendo vacillare anche quel dogma che è il “Il libero arbitrio umano”- ogni certezza di poterci autodeterminare nella vita e di essere unici artefici delle nostre scelte, dell’esistenza stessa, altro non è che un’illusione; riverberi di volontà, magari, che ci danno la possibilità di attuare tante profezie che si auto avverano, ma che comunque ci porteranno allo stesso risultato: “Ommene nate, destine date”

Abbiamo assistito a massicce divulgazioni mediatiche e condivisioni social, a imponenti produzioni letterarie, tutte che esaltano la convinzione individuale di autodeterminarsi. Ma alla luce di questa parabola evolutiva, dal sociale allo scientifico, appare alquanto strano – se non paradossale –  dover tornare al nostro iniziale aforisma esistenziale. Questa sorta di fatalismo, originato dalla cultura popolare, che a questo punto si connota di proverbiale saggezza in quanto, senza studi scientifici e senza orientamenti filosofici e psico-sociologici, già sapeva e sa (almeno in quelle realtà sopravvissute ai condizionamenti e alle mistificazioni di ogni sorta) che: “Uomo nato destino dato”.

«La vita è un labirinto di strade che portano tutte a un’uscita, che è poi la stessa entrata.»

 

By | sabato, 7 aprile, 2018|Categories: Uncategorized|0 Comments

POPOLO

Un Popolo

C’era un tempo in cui non si guadagnava quasi nulla. Non si riesce a immaginare quanto fossero bassi i salari. Eppure tutti mangiavano. C’era, anche nelle case più umili, una specie di benessere di cui si è perduto il ricordo. Non si facevano conti. E non c’era bisogno di contare. Ma si potevano crescere i figli. E quanti se ne crescevano. Non esisteva questa paurosa strozzatura economica che ora, da un anno all’altro, ci dà un nuovo giro di vite. Non si guadagnava niente; non si spendeva niente; e tutti campavano. Non si può neppure immaginare come fosse sana, allora, questa razza. E soprattutto quel buonumore, generale, costante, quel clima di allegria. E quella felicità. Quell’atmosfera di felicità. Certo non si viveva ancora nell’uguaglianza. Non si pensava neppure all’uguaglianza sociale. Oggi non si parla che di uguaglianza. E viviamo nella più mostruosa ineguaglianza economica che forse sia mai esistita. Vivevano, allora. Mettevano al mondo dei bambini. Non avevano in nessun modo l’impressione che noi abbiamo, e cioè di essere ai lavori forzati. Non avevano, come l’abbiamo noi, questa impressione di strangolamento economico, di un collare di ferro che ci tiene per la gola e che ogni giorno si stringe di un giro. La morale era: che un uomo che lavora e si comporta bene sarà sempre sicuro che nulla verrà a mancargli. E ci credevano, ed era vero. Questa vecchia morale tradizionale, della fatica e della sicurezza del salario, della sicurezza della ricompensa, purchè si rimanesse entro i limiti della povertà, e di conseguenza, e infine, della sicurezza nella felicità. Abbiamo conosciuto un tempo, abbiamo vissuto un tempo in cui questo era la realtà. Un uomo che si limitasse nella povertà era al contempo garantito nella povertà. Era scontato che chi agiva secondo la sua fantasia, arbitrariamente, chi entrava in gioco, chi voleva sfuggire alla povertà, rischiava tutto. Chi voleva giocare, poteva perdere. Ma chi non giocava non poteva perdere. Non immaginavano neppure che stava arrivando un tempo in cui chi non giocava avrebbe perso comunque, continuamente e con maggior certezza di colui che gioca. L’inferno del mondo moderno: dove anche chi non gioca perde, e perde sempre; dove anche chi si limita nella povertà viene costantemente perseguitato; e persino nel rifugio stesso di questa povertà. Un detto del cristianesimo così recita: chi si umilia sarà innalzato e chi s’innalza sarà umiliato. Ma noi, la nostra società, siamo destinati ad inaugurare un regime in cui anche chi non s’innalza viene comunque umiliato. Servirebbe un coraggio dell’illusione che non abbiamo più. Sarebbe veramente triste vedere una generazione di anziani conservare tutte le proprie illusioni e vedere i giovani non averne più. Forse una cosa simile non era mai accaduto in nessun altro tempo. È un altro segno di questi tempi? Che uomini di settant’anni sono giovani e quelli di trenta/quaranta non lo sono più!

[Questo articolo trae spunto dal libro: Il denaro di Charles Péguy]

 

By | sabato, 10 marzo, 2018|Categories: Uncategorized|0 Comments