Mascarata: détece forze ca ce la facéme!

Chende e balle piccirì

ca lu monne passe e và;

pienze e warde zì zì

quisse è le fije che te fè sendì!

arcuerde e ride, Tatè

che sà saltarelle te fè ‘rjì ‘nquatralenze.

giuvene e anziéne, preparemece a scta ninna nenne,

de tutte le tiembe quelle chiù ‘bbelle!

[Pino Capuzzi]

Questa è la Mascarata, è una rappresentazione in maschera di un sentore popolare, che va oltre l’istantanea di un vissuto quotidiano, attraversa spazio e tempo penetrando le radici di una civiltà contadina, va dritto al nucleo che anima la comunità. La Mascarata riassume l’epopea di tutto lo scibile umano. Siamo all’alba di una nuova forma artistica, che non è semplice teatro o recitazione filmica; è la Catarsi (in senso classico, di sdrammatizzare i fatti della vita); è stimolo e possibilità di liberarsi dall’isolamento dei rigidi mesi invernali, per ritrovarsi comunque insieme in spazi sociali e di socialità; è esorcizzare l’inverno per propiziarsi l’arrivo di stagioni calde, finalmente in spazi aperti. E’ la catarsi delle passioni, degli istinti; del sentirsi, malgrado tutto, bene insieme ai propri simili.

Tutto ciò potrà sembrare retorico, antropologico, anacronistico in un’era che ci vuole pervasivi; proiettati in spazi globali, dove un’unica lingua condivisa può aprirci nuovi orizzonti; che ci fa superare barriere culturali; che accomuna popoli di tutto l’emisfero terrestre.

Il fatto è, che noi ci divertiamo a rivalutare una, la nostra,  cultura territoriale, che ci faccia sentire protagonisti della nostra vita, consapevoli della nostra identità. E crediamo che questo sia molto più sincronico ai fini interattivi con altre culture, proprio perchè si riesce a conservare la propria.

La Mascarata è una forma di “Recitazione itinerante sul posto” con balli, canti, musiche, recitazioni e schiamazzi, (in totale immersione nel pubblico, che incita e partecipa) che riesce a creare un transfer emozionale perfetto tra attori e spettatori.

 

“Una maschera racconta molto più di un volto”   [O. W.]

 

“Carnevale pe ‘nnù, quareséme pe ‘liètre”    [Proverbi Abruzzesi]

By | 2016-01-18T18:29:16+00:00 lunedì, 18 gennaio, 2016|Uncategorized|0 Comments

EPIFANIA “La Coroncina ai bambini”

 

La Parafrasi è:

(Dall’ALTOSANNIO all’AVENTINO di RiPiaNibbi)

” Il Presepe e L’Albero ”  

Traduzione dal dialetto molisano –                                                           

La mattina del 5 Gennaio duemilasedici.

Mi svegliai incazzato e sul “cotto” mia moglie versò l’acqua bollente. Mi disse: “alzati dal letto che devi smontare l’albero e il presepe!”  Con un giorno di anticipo!  –risposi –

Per evitare un litigio, altresì per evitare di avvelenarmi il giorno dopo, quello dell’Epifania, abbozzai, ricordandomi le parole del Cristo. Così, “a chi voleva la tunica  lasciai anche il mantello.” Ma la natura umana del mio carattere mi porta ad incazzarmi spesso. Così, fra: palline, striscioline e lucette, di malavoglia, smontai tutto, trattenendo bestemmie e male parole.

La sera, quando andai a dormire, non potei prendere sonno. Mi giravo e mi rivoltavo dentro al letto fino a quando, avvolto nel lenzuolo come un gomitolo, sembrò che il sonno si fosse deciso a giungere.

Fu allora, che dentro l’oscurità sentii una voce, forte come il tuono e al tempo stesso aggraziata e dolce, che mi disse: “non incazzarti per queste piccole cose! Pensa che in quel mondo, che voi avete ridotto un cesso, ci sono cose oltremodo terribili!”

Mi svegliai tutto sudato. Il cuore batteva talmente forte che credetti di essere preda di infarto. Mentre cercavo di riprendere sonno mi misi a pensare. Dovevo fare qualcosa, dovevo parlare con le persone cercando di mettere in pratica quel comandamento così difficile “Ama il prossimo tuo come te stesso!”

Piano piano senza nemmeno accorgermene, mi riaddormentai. Mi sembrò di stare dentro un letto da cinquanta anni; da dentro un sogno sognavo un altro sogno. Volevo alzarmi, ma non mi potevo muovere. Volevo urlare, ma non usciva la voce. In mezzo a un tempo che non era più tempo, vidi: un viso che non era viso e un uomo che non era uomo. Dietro la testa non aveva aureola, né fasci di luce né capelli biondi e occhi azzurri. Si muoveva con la velocità di un fulmine; gli occhi miei nel sogno divennero ciechi. Potei sentire solo la sua voce che diceva “sono duemila anni che cerco di farmi conoscere ma la gente pensa solo ai fatti suoi, oppure si fabbrica un suo idolo di comodo… vorresti metterti al posto mio? Ricorda! Le perle non le puoi donare ai porci; ci cagheranno e pisceranno sopra, e non sapranno apprezzarle!”

Dentro il sogno mi sentii piccolo e misero, per la vergogna non avrei voluto essere mai nato. Mi svegliai all’improvviso, rimanendo istupidito. Impaurito e umano, mentre veniva da fuori un rumore di bottiglia infranta. Mi affacciai alla finestra: era un ultimo ubriaco, un altro disperato che cercava di trovare se stesso, nel vino.

Mattina del 6 Gennaio duemilasedici.

Alzatomi di umore discutibile, affrontai i miei figli. Il primo è un ragazzone di 28 anni, anche sposato, l’altro di 21. Gli dissi: l’anno prossimo, il presepe me lo faccio da solo e da solo lo smonto! Se voi volete farvi l’albero, questi sono fatti che non mi riguardano! Quella è una tradizione degli americani. Come: Santa claus, come alloween, o come le altre loro usanze.

[Ognuno, quindi, interpreti la parte che gli appartiene se non vuole diventare un disperato, in balia di chi vuole vendergli un’identità che non è la sua, offrendogli un modello di civiltà che lo vuole consumatore di  tante cose superflue… “siamo, forse, noi che dobbiamo rinascere!”]

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Di Gustavo Tempesta Petresine, molisano di Pescopennataro (IS), ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo. Si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”.  

EditingEnzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

Sa ‘rpete

“quende arrive l’Epifanie te se mette nu vuòte…

finisce fescte, duòne e  salute

sema ‘rpejè la vìe de’ddò seme venute

pa spettè ca ‘rnesce angora netra vote”

[Pino Capuzzi]

 

By | 2017-08-09T14:06:43+00:00 domenica, 10 gennaio, 2016|Uncategorized|0 Comments

#SCATTIdiNATALE2015 – Lo scatto vincente

La macchina fotografica può rivelare i segreti che l’occhio nudo o la mente non colgono, sparisce tutto tranne quello che viene messo a fuoco con l’obiettivo. La fotografia è un esercizio d’osservazione.
Isabel Allende 

“La befana ogni festa porta via” e con se anche il contest fotografico #SCATTIdiNATALE2015.
Durante queste festività natalizie abbiamo ricevuto i vostri scatti lasciandovi interpretare il natale dal vostro obbiettivo. Le foto sono state votate tramite “mi piace” del noto social Facebook. Come sempre la partecipazione è stata rilevante, condivisioni, commenti e like, le foto sono state viste all’incirca da 1.000 persone in pochissimi giorni!
Ora però veniamo al dunque, la foto vincitrice è quella scattata da… Travaglini Manuela!

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Il premio riservato alla vincitrice è: la pubblicazione sul Sito/Blog della sua foto, vincitrice del concorso; l’opportunità di presentare un personale progetto artistico di “Racconto fotografico” (attraverso Portfolio foto e testo) da presentare sul nostro sito “RiPiaNibbi”. Il progetto, sviluppato, promosso e pubblicizzato con condivisioni su molte altre piattaforme web, di interesse artistico-culturale, diverrà Pilota di tutta una serie di attività e manifestazioni; infine potrà esporre “Personali” di foto che si collegheranno ad altri eventi culturali.

La motivazione che possiamo dare, per cui questa foto (senza nulla togliere a tutte le altre: belle, originali ed autentiche anch’esse) ha raccolto il maggior indice di gradimento, lo facciamo usando le parole di un grande fotografo come Henri Cartier-Bresson “La fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento”fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento.

Ma non dimentichiamo di ringraziare tutti i partecipanti:

De Luca Ilaria, Odorisio Marianna, Balbi Itala, De Luca Antonello, Travaglini Daniela, Fiore Nicolas, Carideo Adelio, Capuzzi Pino, Travaglini Manuela, Salvatore Rosina, Di Cola Pina, Di Gregorio Erika e Vizzarri Luigi.

 

Ora, di consueto, una nota di colore ironica e dissacrante, con una poesia dialettale sulla Befana e sulle Donne, e che quest’ultime non ci abbiano a male!

La Beféne

Ghe nu cappellacce sopra na ranére

le vè ‘ffé, la beféne,  na vote all’enne…e se ne vé,

ma quende ce ne scté! che pe lu rescte cià’rmene?

Che né scope e né vole… sole se lamende

pecchè befene cia’è sembre… tutte le jurne e pure la fescte,

pòvera’bbeféne che vè sole na vote all’enne!

 

“L’occhio vede ciò che la mente conosce”

[Johann Wolfgang von Goethe]
By | 2017-08-09T14:06:43+00:00 mercoledì, 6 gennaio, 2016|Uncategorized|0 Comments