La vite de Sènde Martìne

” Ecchè ‘rrevate, se ‘vvicenete…

pene rinnovato alle donne,

vine e mèle de cocce a li cunzorte “

 

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Il giorno di San Martino è tempo di baldoria, favorita dal vino vecchio che, proprio in questi giorni, va finito per pulire le botti e lasciarle pronte per la nuova annata.

 “Pe Sende Martine s’imbriaghe grende e piccine”

bacco

Nella nostra tradizione San Martino è il protettore del vino e si narra una leggenda sulla sua vita per spiegare questa attribuzione. La figura del santo non ha niente a che fare con il Santo venerato dalla chiesa, ma è una figura che ricalca in modo impressionante quella di Bacco. Ecco il testo della leggenda in dialetto così come ci è stata tramandata. Nella mitologia classica dal corpo di Bacco ucciso spunta la vite e questo è anche il punto centrale della figura di San Martino nella leggenda. Un’analisi attenta del testo della tradizione ci dice molto sul sincretismo pagano-cristiano ancora largamente diffuso nella nostra tradizione, tenuto conto che la festa di questo santo l’undici novembre è associata a una particolarissima festa detta “Processione dei cornuti” che è un vero e proprio relitto del Baccanale e delle feste della fertilità.

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Dialetto: Abruzzo (*)

La vite de Sènde Martìne

Sènde Martìne êre ùne che-se mbrejachêve sèmbre, nu mbrejacòne.
Na sere, êre tèmbe d’invèrne, avê fàtte nu pôche de nêve, facêve lu frèdde naprise e Sànde Martìne avê state a na candine e s’avê mbrejacate. Che li jûrna quîlle la moje ere prêne grosse. Mèndre hésse arejêv’alla case je vénne nu scrùpel’all’àlme. Diss’a-menda sè: “Mo arevàj’alla case e me vàj’a-culechë aunita’cchelà puwerèlle, accuscì tûtte mberàte de fredde côma stîenghe, mbrejache… né le vûoje fë patì, pe-massére m’addòrme sòtt’alla candìna nòstre.”
E ‘ccusciì-fece. ‘Ndrése sòtt’alla candìne sàjette e s’accuwacciò a-na renzàcche scavate déndre lu mùre proprije’arrêt’a-nu vascèlle grosse. La nòtte, pe lu fredde, se ‘mmorte ‘mberate!
Gné ‘lleneme arrevé ‘nnîenz’a Ddì, Ddì vedènne ca hésse pe nen fë nu mël’alla moje, ca sa’avê mòrte, le fece sènde. Inténde la moj’aspîtt’aspîtte ma de lu marite nen-zapè cchjù-niènde.
Ma da che lu juòrne quelle abbijò a-succèdere nu fàtte meraculòse: che lu wascèlle grosse che-hésse tenêv’alla candìne, cchjù-vine ce caccêve e ‘cchjiù-ce n’aretruwêve!
Che-hé ‘cché ‘nnané, intènde la nutizje sa’llargò. Vénne lu prèvete e la ‘ggènde da lu paese pe ‘vvedé chelu meiràcule. Lu prevete vulènnese accertè, wardese ‘bbône lu wascèlle sòpre ‘ssòtte, anniènze ‘rrête… e che truvò?
Vedette lu còrpe de lu sènde dendre la renzàcche e vedette ca da la vòcche avê spundàte na vite i sta vite avê ‘ndrate dendra lu wascèlle. E cöme dope home wardése dendre lu wascèlle, home viste câ sta vite avê messe l’uwe e l’uwe devendêve vine da sole. Allore home disse: “Sole nu sénde pô fë nu meràcule come queste!” E ve fécere na cchìese. Ecche pecché Sànde Martìne è lu patròne de lu vine.

Traduzione in italiano

La vita di San Martino

San Martino era uno che si ubriacava sempre, un ubriacone.
Una sera, era d’inverno ed era caduta un po’ di neve, faceva molto freddo e San Martino era stato in una cantina e si era ubriacato. In quei giorni la moglie era incinta e stava per partorire. Mentre egli tornava a casa, gli venne uno scrupolo nell’anima. Disse fra sé e sé: “Ora torno a casa e vado a coricarmi accanto a quella poveretta, così intirizzito dal freddo come sono, ubriaco. non voglio farla soffrire, per questa sera dormo giù nella nostra cantina.”
E così fece. Entrò giù nella sua cantina e si accovacciò in una nicchia scavata dentro il muro proprio dietro una grande botte. La notte, a causa del freddo, morì!
Quando la sua anima giunse davanti a Dio, Dio vedendo che lui era morto per non fare del male alla moglie, lo fece santo. Intanto la moglie aspettò invano ma del marito non seppe più notizie.
Ma da quel giorno cominciò ad accadere un fatto miracoloso: da quella grande botte che lei teneva in cantina, più vino cacciava e più ce ne ritrovava!
Cos’è e cosa non è intanto la notizia si propagò. Venne il prete e la gente dal paese per vedere quel miracolo. Il prete volendo accertarsi, osservò bene la botte sotto e sopra, davanti e dietro che trovò?
Vide il corpo del santo dentro la nicchia e vide che dalla sua bocca era spuntata una vite e questa vite era entrata dentro la botte. E come dopo guardarono dentro la botte, videro che questa vite aveva messo l’uva e l’uva diventava vino da sola. Allora dissero: “Solo un santo può fare un miracolo come questo!” E vi costruirono una chiesa. Ecco perché San Martino è il patrono del vino.

(*) La versione in dialetto abruzzese è stato da noi adattata in  dialetto casolano
Racconto, inviato da: Silvio Pascetta

LA NOSTRA RUBRICA

L’11 novembre si festeggia San Martino e, in Abruzzo, questa è una ricorrenza particolarmente sentita.

Tante sono le leggende su San Martino, oltre a quella più conosciuta del Santo di Tours, che donò metà del suo mantello ad un povero infreddolito. Tante sono le feste in questo giorno, ma tutte hanno un comune denominatore: si festeggia con il vino novello, con le castagne e con i prodotti di stagione.

Lo sapevate che San Martino è anche detta “festa dei cornuti” a S. Valentino in Abruzzo Citeriore (PE)? San Martino è, in questo paese, il protettore dei mariti traditi. Ciò risale ad una leggenda che vuole la sorella di San Martino sottrarsi allo sguardo del proprio marito e del fratello religioso e commettere adulterio. Sembra che già prima dell’ ‘800, in questo giorno, si svolgessero feste in cui si faceva sfilare il bestiame con le corna per propiziare la fertilità. Ancora oggi la tradizione si rinnova con una processione in cui tutti indossano delle corna. Ma in questo paesino, si porta in processione anche la “Reliquia”, una sorta di simbolo fallico coperto da un velo, accompagnato per le vie del paese dall’ultimo degli sposati dell’anno precedente. Durante il corteo, poi, la “reliquia” viene scoperta e passata in consegna allo sposo più recente.

E se l’11 novembre passate per Casoli (CH) e sentite il rumore di barattoli e ciottoli legati fra di loro con un filo e trascinati per le vie del paese non preoccupatevi, fermatevi e partecipate alla festa. Fatevi consegnare anche a voi “le ciuocchele” (ciottoli appunto) e seguite il corteo. Alla fine ci sarà una bella festa con musiche popolari, castagne e vino per tutti.

Scanno (AQ), il giorno di San Martino, i giovani danno fuoco alle “Glorie”. Si tingono il volto con il carbone e improvvisano canti e balli, inneggiando alla propria contrada intorno ai “palanconi”, alte cataste di legna e sterpaglie costruite nelle alture a cui viene dato fuoco. Una volta bruciato, il palancone viene offerto alla sposa novella che offre vino e dolci a tutti. I falò sono così luminosi e così alti (anche 20 metri) che si vedono anche a distanza.

E lo sapevate che a San Martino potete mangiare anche la pizza con i quattrini? Succede sempre a Scanno dove, proprio perché San Martino è il santo dell’abbondanza, si mangia questa tipica focaccia a base di farina gialla, miele, noci e fichi secchi e che nasconde una monetina al suo interno.

Salle (PE) si mangia, invece, la “pizza di San Martino”. E’ a base di anice ed è accompagnata dal vino novello. Viene preparata dalle famiglie del posto secondo la ricetta di un tempo, a ricalcare un’usanza tradizionale in cui il primo venerdì del mese le famiglie si riunivano per celebrare il primo vino spillato dalle botti e festeggiavano con un grande banchetto.

Infine, avete mai assaggiato il tacchino alla neretese? E ‘ una specialità di Nereto (TE), fatto arrosto ed insaporito con aglio e rosmarino e servito a tutta la popolazione il giorno di San Martino, insieme al vino e alle castagne.

Insomma, abbiamo imparato che San Martino è il santo dell’abbondanza e della fertilità. Ed ora abbiamo capito anche perché gli abruzzesi dicono “Ce ste lu Sande Martine”, quando in una casa non mancano le provviste.

 

By | 2017-08-09T14:06:42+00:00 venerdì, 28 ottobre, 2016|Uncategorized|0 Comments

L’ABITAZIONE SOCIALE

Anche per questo volevamo portarvi in gita, quest’estate, a San Leucio.

È proprio il caso di ripensare “l’Oggetto abitativo” in quanto parte armonica del nostro vivere sociale.

Gli utopisti di fine ‘700 inizio ‘900 (Robert Owen, Claude-Henri de Saint-Simon, e Charles Fourier) erano forse utopici per la loro idea politica ed economica di modello sociale, non certo, però, per quella di architettura abitativa di una società. Furono anzi, alla luce attuale, profetici nel capire l’importanza del rapporto profondo tra architettura urbana e benessere sociale. Ancor prima dell’inizio della speculazione edilizia, che caratterizza ancora i nostri tempi, sentirono la necessità di sviluppare un modello di “Agglomerato urbano” compatibile con un altrettanto efficace sviluppo di relazioni sociali. Un progetto pianificato delle costruzioni, un piano di costruzione abitativo equilibrato ed armonico, sostenibile con il territorio e le dinamiche relazionali umane, di chi vive ogni giorno questi ambienti.

In Italia sono presenti vari esempi di questi modelli abitativi, cosiddetti Utopici. Ne possiamo trovare alcuni anche in Abruzzo. Il più significativo ed importante (perché più completo), e sicuramente il più conosciuto in tutto il mondo, è quello di San Leucio a Caserta, in Campania. È l’esempio di “Polis” più riuscita, perché l’illuminata dinastia dei Borboni, trovò in Ferdinando IV un appassionato sostenitore, non solo economico, di questo “Modello” (Abitare la societàSocializzare le abitazioni-Urbanizzazione relazionale). Anche per questo volevamo portarvi in gita, quest’estate, a San Leucio.

Le città sono qualcosa di più della somma delle loro infrastrutture. Esse trascendono i mattoni e la malta, il cemento e l’acciaio. Sono i vasi in cui viene riversata la conoscenza umana.
(Rick Yancey)

Charles Fourier (1777-1837) contrappone ad una società basata sulla competizione imperfetta ed immorale degli interessi individuali, il principio dell’unione degli sforzi per raggiungere uno stato di armonia universale; il falansterio è l’unità residenziale tipo delle “falangi” (1620 associati) e la sua descrizione ricorda in modo esplicito il Louvre, una reggia comunitaria.

con Howard il processo utopia sociale-modello urbanistico si rovescia; il modello urbanistico, concepito non sotto forma progettuale, ma come insieme di princìpi, di norme e di procedure, precede e facilita la riforma sociale.

Robert Owen è un industriale (è proprietario delle Filande Lamark in Scozia) che s’impegna nel tentativo di realizzare un modello di società produttiva capace di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori: riducendo il loro orario di lavoro, aumentando il salario, migliorando le condizioni di lavoro, fornendo servizi educativi ed alloggi salubri. Owen è convinto che l’ambiente influisca sui comportamenti umani: la sua tutela viene prima degli interessi economici, individuali e collettivi. Il piano generale di Owen: “la città come moltiplicazione di unità funzionali autonome”, in un discorso al Parlamento inglese, nel 1817, illustra la propria ipotesi di riforma complessiva della produzione e della città industriale. Tutto parte dalla valutazione della distribuzione degli abitanti sul territorio, poiché i “benefici non possono essere procurati agli individui e alle famiglie separate, né a masse troppo numerose”. Owen propone insediamenti iterabili con 800-1200 abitanti ed estensione di 600-800 acri di terreno. Così si consolida l’idea (di origine ellenistica) – poi ripresa dalla città/giardino di Howard – che, superata una certa dimensione l’insediamento vada duplicato, non ampliato senza limite. Si strutturano così unità a dimensione conforme, autosufficienti per produzione e servizi ed in equilibrio con la campagna.

borghi

By | 2017-08-09T14:06:42+00:00 martedì, 18 ottobre, 2016|Uncategorized|0 Comments

LA FESTA

Lu mutore è l’imburtende, la carruzzerie nen ‘dende

[T. Falco]

 

LA FESTE

La feste è nu schioppe de ‘ggende

Che ta ‘rtruove annienze appene aggire l’engule

è na surprese è nu smarremende,

ti siende nu forte senze d’appartenenze

quende t’home ‘nvite a bevere e magnè.

Jamme arpije stu mumende!

Mittele sopra a helle!

Chi nen vede nen bò capì

Che ce vò ‘rriunirse ‘ngumbagnìe,

lu curagge pe jettàrse

la voje da ‘rgundràrse

ardevende ugne geste

l’emmegene de la feste.

[G. Capuzzi]

È festa!.. se vissuto da ogni singolo con consapevolezza di appartenenza, senso di partecipazione e coerenza di intenti. Soprattutto risulta necessario il volontariato, la partecipazione gratuita, per una rigenerazione creativa nella riappropriazione di valori di cui il consumismo ci ha privato. Dunque il significato del dono, della gratuità nel lavoro di preparazione svolto collettivamente. La festa diventa il culmine celebrativo in tale momento della sua preparazione, nella sacralità della creazione; la festa costituisce l’apice del momento di maturità di un’attività, se vissuta e resa propria con valori, significati e simboli condivisi dalla collettività, dal “popolo del festivo”. Si attua una rieducazione del collettivo, tramite il recupero della memoria storica personale, della storia di sé e del territorio in cui si vive, per una rieducazione alla cognizione della memoria collettiva. Recuperando così una nuova identità, finalizzata alla riappropriazione di uno spazio di vita a misura d’uomo, dove i cittadini e le istituzioni si rieduchino reciprocamente all’ambiente, per migliorare la qualità dell’esistenza quotidiana, superandone i disagi impliciti, perché “giovani si diventa inventando un paese”. Nel contesto associazionistico, vissuto alla luce di questi valori, è riattualizzabile lo spirito festivo, perché, come sosteneva Gramsci, “cultura è anche organizzare la cultura”, di conseguenza “festa” è innanzitutto partecipare alla preparazione comunitaria della festa.

Volontariato culturale e animazione associazionistica: alternativa nel tempo libero per una nuova cultura di festa.

Attualmente risulta avvertibile nel tessuto sociale, nella gente, in questo terreno poco fertile, un ripensamento, una volontà, l’esigenza, magari insita e latente, di recuperare il valore del popolo, del momento festivo, per esempio tramite istituti e organizzazioni associazionistiche dove si svolgono attività e si approntano laboratori ricreativi di creazione e animazione culturale dell’esistenza umana, rivolti al recupero storico, ambientale e culturale del territorio, spaziando in iniziative artistiche e culturali, finalizzate ad occupare collettivamente il tempo libero e renderlo fruibile, proprio perché vissuto in comunione con gli altri, come tempo festivo e comunitario, non più individualistico e privato, ma avulso dagli alienanti ingranaggi di mercato che la società occidentale impone. I valori insiti nel mondo contadino, tramite la riscoperta della memoria storica e di un’identità culturale, a livello individuale, locale e globale (nazionale), ricercando valori liberatori, veri e autentici, da riapplicare nel contesto sociale attuale per ricrearci e riappropriarci di contenuti significativi nella vita quotidiana. Perché praticare cultura nell’ambito di un territorio significa, essenzialmente, allacciare contatti e scambi interpersonali, anche tra associazioni, evitando controproducenti rivalità o arrivismi di etichetta, suscitare interesse nel confronto, attuando scambi proficui di idee, recuperare il passato storico collettivo, le origini dell’ambiente, tramite la ricerca e l’introspezione individuale, la conoscenza e il racconto di sé e della propria storia, agire, oltre l’apparenza esteriore, per un ideale comune, condiviso e condivisibile, il bene della comunità, che in questo modo si riappropria di valori, di senso di appartenenza ad un territorio, in cui ritrovare e riconoscere la propria identità, le radici originarie nella tradizione, il senso e il valore della nascita, dell’essere accettati e voluti perché appartenenti ad un luogo, anche se non originari, autoctoni, come figli di un’unica “madre terra”, entità originaria, divinità ancestrale…

Solo con tale consapevolezza può sussistere un recupero della “festa”, che diventa tale nel momento della sua preparazione in cui viene consumata, per poi essere aperta, condivisa e spartita con gli altri.

La condivisione dei valori della comunità e la consapevolezza di un’esigenza di partecipazione e di appartenenza a un gruppo, espressione di una comunità più ampia, costituiscono i valori base per una rinascita del popolo in una nuova società liberale e democratica, perché consapevole, partecipante e partecipata.

L’’accresciuto tempo libero va impiegato in una nuova fruizione culturale per raggiungere il cambiamento, la trasformazione in una nuova società, migliore.

Il momento festivo svolge un ruolo centrale nella vita di ognuno di noi; per alcuni, feste importanti quali Natale e Pasqua rappresentano soltanto un momento per divertirsi, per poter fare tutto quello che si desidera. Per altri, per i più credenti, emerge il bisogno e la volontà di recuperare l’elemento religioso, i valori più profondi delle feste;
La festa è allegria, spensieratezza, libertà; la festa è comunità, è potere, è cura ed è specchio della società, della storia, del mondo che cambia.

Durante la festa vengono infranti i limiti del quotidiano, si invertono i ruoli, sono leciti offese e scherzi e spesso anche il sacro diventa elemento di critica e derisione. L’ordine viene infranto e il disordine viene accettato in quanto momento necessario al rinsaldamento dei valori sociali nonché dei rapporti di dipendenza e di potere. Attraverso la festa si va ad esorcizzare la precarietà dell’esistenza, la povertà quotidiana.

Attraverso l’eccesso e lo spreco che la caratterizza, si vanno a lenire le ferite quotidiane.
Le feste diventano luogo privilegiato per creare o rinsaldare i legami sociali.

Oggi sono cambiati i bisogni e le abitudini della gente ma l’importanza della socializzazione e dei momenti collettivi non si è estinta: fioriscono concerti, raduni, meeting; sopravvivono satire e parodie politiche. In risposta poi ad un bisogno di socialità fortissimo, difficile da realizzare nella vita di tutti i giorni, si assiste al recupero di vecchie tradizioni, di vecchi riti, di feste e sagre popolari. In risposta a bisogni totalmente nuovi e ad una società sempre più multietnica, negli ultimi anni si sta assistendo a fenomeni che capovolgono il normale svolgersi delle celebrazioni festive.
Dopo secoli di ‘privatizzazione’, riemerge il bisogno dell’altro; e per far ciò si ritorna ai grandi raduni, ai capodanni in piazza, alle grandi feste di famiglia. Emerge il desiderio di vedersi riconfermati dalla comunità, e accettati; ma ancora più importante, nelle grandi città emerge il bisogno di dover accettare la società stessa, nella quale non ci si riconosce più.
Detto ciò, parlando di festa, non si può negare l’importanza dei mezzi di comunicazione di massa. Spesso la semplice presenza di una telecamera crea la festa, come fosse un totem, o un eroe di guerra; è una telecamera che invade la vita quotidiana, che spettacolarizza, rendendo extra-ordinari, quindi festivi, gli aspetti più intimi e privati dell’essere umano. D’altra parte in una società dove l’esserci diventa la cura per tanti mali, la telecamera viene ricercata quasi come fosse una medicina, o una droga di cui diventa difficile privarsi.

  • [Alcuni  spunti e riflessioni sono stati tratti dal Web]

 

«Una vita senza festa è un lungo viaggio senza alberghi»

[Democrito (fr. 230)]

 

Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016

Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016

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Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016. Indovina il peso del prosciutto

Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016. Indovina il peso del prosciutto

Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016

Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016

Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016

Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016

Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016

Serata di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto 2016

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III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella. Fame di Porchetta

III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella. Fame di Porchetta

III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella: Connubio Perfetto

III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella: Connubio Perfetto

III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella. Riparazioni in corso

III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella. Riparazioni in corso

III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella

III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella

III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella

III Sosta presso il Circolo Liberts Pianibbie Ripitella

Con la pioggia il divertimento aumenta

Con la pioggia il divertimento aumenta

II Sosta presso la contrada Ascigno di Casoli "la font de lu lup'"

II Sosta presso la contrada Ascigno di Casoli “la font de lu lup'”

II Sosta presso la contrada Ascigno di Casoli

II Sosta presso la contrada Ascigno di Casoli

Panoramica da "Cima 11" di Sant'Eusanio del Sangro e Castelfrentano

Panoramica da “Cima 11” di Sant’Eusanio del Sangro e Castelfrentano

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Cima 11

Cima 11

By | 2017-08-09T14:06:42+00:00 venerdì, 14 ottobre, 2016|Uncategorized|0 Comments
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LE SALUTE A CASELE 2016

Anche la Bibbia parla di feste e di celebrazioni, racconta di feste, di gioia e di vita riuscita, per tutti gli uomini. Queste feste donano un tempo prezioso e non utilitaristico. Così si sottolinea la dignità e la preziosità di ogni persona, una dignità che non viene misurata sul rendimento e sull’utilità, ma che è semplicemente donata e può essere festeggiata. Chi festeggia ha speranza, è chi ha speranza ha un avvenire. Forse è questo che la Bibbia vuole insegnarci:

Va’, mangia con gioia il tuo pane,
bevi il tuo vino con cuore lieto,
perché Dio ha già gradito le tue opere.
In ogni tempo le tue vesti siano bianche
e il profumo non manchi sul tuo capo.
Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace,
che Dio ti concede sotto il sole,
perché questa è la sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole.

dsc_6676La partecipazione di RiPiaNibbi (Verratti-Piano Carlino-Ripitella-Pianibbie), alla sfilata dei “Saluti” ai Santi Patroni e protettori di tutto il territorio di Casoli, è stata magnifica e imponente: il carro, con la conocchia dei doni  seguiva in coda  un corteo di bambini, giovani ed anziani in formazione ordinata e scalare (leggiadri e disinvolti nello sfoggio di costumi e oggetti simbolici della vita contadina, ma sontuosi nello “stile sfilata”); il carro allegorico, invece, allestito con cura e dovizia di particolari, ha espresso magistralmente l’elemento gioioso della Festa (che accompagnava i contadini ad ogni importante raccolta e trasformazione dei frutti della terra). I suonatori e qualche cruvellatore/trice posizionati sul carro, mentre immediatamente dietro a seguire un bel gruppo di giovinotti e giovinette che, con canti, balli e goliardico baccano, hanno movimentato e contraddistinto tutto il corteo, riuscendo a dare il vero senso della festa, con gioia e spontaneità.

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Certamente dobbiamo registrare “un ritorno” dei giovani, ad interessarsi e partecipare, alla realizzazione di eventi che riguardano la celebrazione di tradizioni popolari, tra momenti pagani e religiosi. La molla che spinge i giovani a sperimentare questa inusitata socialità, oltre la valorizzazione dell’aspetto puramente antropologico, è sicuramente l’entusiasmo del sodalizio, nel ritrovarsi insieme a creare qualcosa, allo stesso tempo divertirsi in modo schietto e autentico (vedi realtà come: “AmiCasoli” – “RiPiaNibbi” – ecc…)

LA NOSTRA RUBRICA

“Il fenomeno Festa

Il fenomeno festivo è un’occasione per il gruppo di riscoprire le proprie origini, in un recupero periodico della propria storia, dove la comunità rifonda se stessa e trova la propria ragion d’essere. Impedire o ostacolare le feste al popolo elimina la voglia di vivere, l’istinto creativo e vitale e  perciò la motivazione stessa del lavoro. Soprattutto si distruggono le basi e i fondamenti della società, dal momento che gli individui sono respinti nell’isolamento, nella solitudine, eliminando le occasioni che promuovono socievolezza in ambiti di amicalità e interscambio affettivo. Recuperare il passato storico collettivo, le origini dell’ambiente, tramite la ricerca e l’introspezione individuale, la conoscenza e il racconto di sé e della propria storia, agire, oltre l’apparenza esteriore, per un ideale comune, condiviso e condivisibile, il bene della comunità, che in questo modo si riappropria di valori, di senso di appartenenza ad un territorio, in cui ritrovare e riconoscere la propria identità, le radici originarie nella tradizione, il senso e il valore della nascita, dell’essere accettati e voluti perché appartenenti ad un luogo, anche se non originari, autoctoni, come figli di un’unica “madre terra”, entità originaria, divinità ancestrale… Solo con tale consapevolezza può sussistere un recupero della “festa”, che diventa tale nel momento della sua preparazione in cui viene consumata, per poi essere aperta, condivisa e spartita con gli altri. Dunque condivisione nella preparazione della festa, che è rituale ricco di contenuti, valori e significati. La partecipazione alla preparazione del rito festivo è alla base del riscontro personale della riuscita, del contenuto di ricreazione comunitaria, del momento collettivo. Una festa è condivisibile, raggiunge l’apice del momento di maturità, per cui nasce, vive, e muore, se è vissuta e resa propria tramite valori, significati e simboli condivisi dal popolo.

By | 2017-08-09T14:06:42+00:00 mercoledì, 12 ottobre, 2016|Uncategorized|0 Comments

TIPico & TOPico

J’ACCUSE “balli e megne ‘mmalamende”

 “Abbiamo a che fare anche con ciò che non ci piace… ma a noi piace tutto!”

– Noi ci occupiamo principalmente di cultura delle tradizioni e del folklore, ma possiamo riorientarci su cultura: enogastronomica, o meglio di cibo elegante o eleganza del cibo (fashion food, o slow food, direbbero i fricchettoni anglofoni) –

Assistiamo ogni anno nel periodo estivo, probabilmente  un nuovo fenomeno sociale, al proliferare disordinato e inconsulto di sagre e feste da ballo, tutte collegate al consumo massificato (tranne qualche rara eccezione) di prodotti alimentari e bevande. Scarsa volontà e capacità, quindi, di produrre cultura enogastronomica; di proporre prodotti autentici e di eccellenza, rivela anche una totale mancanza di fantasia nella scelta di un cibo o una bevanda che dia il nome all’evento. Dovremmo incuriosirci? Tanto per fare qualche esempio, a partecipare a sagre: del prosciutto, della salsiccia, della birra, del vino, ecc… (molto spesso comprati anche ai supermercati); oppure a balli: di primavera, d’estate, in piazza, in campagna, delle maestre, ecc…

Un’altra tendenza snob, cavalcata anche da molti politici e rappresentanti di istituzioni, è quella di lanciare festival del prodotto “tipico” o di quello “topico” che, a nostro avviso, non hanno proprio nulla di tradizionale né tantomeno di innovativo, se non un ludico vezzo che abusa di termini dai significati molto generici.

“Se la gente però si diverte, e riesce a non pensare a niente, che ci importa di tutto questo? Già c’è la crisi! È rimasto solo la festa per svagarsi, e tira a campare!” Sarebbe il momento, invece, di cominciare a divertirsi ma con gusto, e magari anche pensando e riflettendo.

Nel periodo estivo in tutte le regioni d’Italia si va sempre più diffondendo la tendenza ad organizzare feste enogastronomiche di carattere popolare, le cosiddette “sagre”. Da nord a sud del paese, in moltissimi comuni d’Italia vengono celebrati prodotti e piatti più o meno tipici. Anzi, diciamo “meno”.

A un occhio poco attento la sagra potrebbe rappresentare un momento di glorificazione delle tradizioni gastronomiche di una comunità o di un popolo. Ma se andiamo ad analizzare il fenomeno in maniera più critica, ci rendiamo conto che è proprio la cultura del cibo a farne le spese. Vediamo perché.

A parte poche eccezioni di sagre antiche e tradizionali, la consuetudine di organizzare manifestazioni enogastronomiche si è affermata negli anni settanta del secolo scorso, quindi in tempi abbastanza recenti. E l’esigenza di porre in essere queste pratiche ha una matrice tutt’altro che culturale. Oggi si organizzano sagre per incentivare il turismo, per far lavorare i giovani che fanno parte dell’organizzazione (sia pure per qualche giorno), per vendere chincaglierie, e soprattutto per rastrellare un po’ di soldi. E così nascono sagre di ogni genere – da quella del pesce, a quella birra, a quella della salsiccia, a quella della bruschetta – nei luoghi più diversi, senza tener conto che quei prodotti facciano o meno parte della tradizione del posto.

A volte si organizzano queste feste anche per motivi ambientali, come ad esempio la sagra del cinghiale, che oltre a quanto già detto ha la funzione di “bonificare” il territorio dai fastidiosi animali che distruggono raccolti e piante.

Comunque le sagre sono accettate con favore dalle persone perché rappresentano dei momenti di aggregazione sociale e di divertimento: ci si ritrova in grandi tavolate con amici e parenti, si mangia con una spesa relativamente bassa, e soprattutto ci si lancia in balli di gruppo che si perpetuano sempre uguali da decenni.

Ma come ho detto prima tutto ciò ha un costo, e a pagarlo è la cultura enogastronomica di un territorio. Attraverso la sagra si “inventa” letteralmente un folclore e si crea un’identità nuova, del tutto slegata da quella della tradizione. Così vengono dimenticati, o comunque non valorizzati, quelle tradizioni, quelle tecniche culinarie e quei prodotti che invece rappresentano il vero patrimonio culturale di un popolo. E vengono sostituiti da quello che il mercato offre con maggiore disponibilità, minore prezzo e minore fatica. Ed è un vero peccato.

Sagra era, originariamente, come anche l’etimo suggerisce, “ una festa religiosa in occasione della consacrazione di una chiesa o di una immagine sacra”, termine divenuto poi, per via estensiva, una festa di rione, di contrada o di paese dedicata ad un prodotto locale.

E qui ci soffermiamo un attimo sul significato di “locale” che è molto più importante di “tipico” o “topico”- Locale, identifica la stretta connessione tra un prodotto e un territorio e quindi richiama a caratteristiche proprie di quella determinata zona spesso irreplicabili. Tipico, invece è molto più generico. Quindi, in origine le sagra erano feste religiose, divenute poi momenti di promozione e conoscenza di prodotti, piatti e usanze dimenticati. Ok, e ora che sono?

DEI MANGIFICI APPROSSIMATIVI, CON CIBI SPESSO DI SCARSA QUALITA’ E LEGAME COL TERRITORIO PARI A ZERO. 

 

  • (Alcuni spunti e riflessioni, ed immagini, sono tratte dal Web)

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By | 2017-08-09T14:06:42+00:00 lunedì, 3 ottobre, 2016|Uncategorized|0 Comments