MASCARATA 2017 sa’rcumije da la famije

«Lu sfuttò de na Mascarata de carnevale è na cosa ciambicòse: se dice e nen dice… puoche le capisce; se le dice… cacchedùne se la pije!»

La nostra Mascarata di carnevale è autentica e unica nel suo genere: La compagnia, formata esclusivamente da attori maschi, più che vere e proprie maschere utilizza travestimenti come abiti, parrucche, cappelli e trucco; ogni anno crea una storia di fantasia prendendo spunto da fatti di vita reale, e la trasforma in commedia popolare; utilizza un particolare Copione che si compone in gran parte di battute scritte e definite, per il resto di scene semi-improvvisate; alterna parti (tutte quartine rimate e ritmate) recitate e cantate, in quelle cantate le ultime duine vengono cantate da tutti i componenti; la musica è sempre la stessa, con un’entrata in coro che introduce la storia e un finale di ringraziamento al pubblico presente; la rappresentazione si svolge in strada o in luogo chiuso, attorniato dal pubblico su un unico piano, senza palchi o rialzi vari; ogni anno si dà un taglio tematico diverso alla storia, per esempio: Politica, Famiglia, ecc… da cui si ricava una morale, una sorta di metafora esistenziale da declamare al pubblico.

Da uno studio, da noi effettuato nel panorama storico, dei vari generi di Commedia emerge che la nostra “Mascarata” si inserisce nel filone della Commedia dell’arte, si contamina di Commedia ridicolosa, assume forma e potenza “Proto-teatrale” e si caratterizza in “Arte di Strada”. Riportiamo di seguito, a supporto della nostra tesi di ricerca, alcuni riferimenti bibliografici e stralci enciclopedici. Abbiamo, inoltre, inserito nell’articolo una sintesi di “Storia e Tradizione del Carnevale” e, cosa ben più importante e attuale, affrontato il concetto di “Satira”, la sua funzione, la sua forma di comunicazione e il “Diritto di satira” tutelata, come forse ben pochi sanno, dalla nostra Costituzione. (Buona lettura)

La Commedia Ridicolosa fu un genere teatrale diffuso in Italia dall’inizio del XVII secolo che nacque dalla diaspora dei comici dell’arte verso le corti europee e continuò fino alla fine del Settecento.
La cosiddetta commedia ridicolosa nasce all’inizio del XVII secolo in area romana, ma presto si diffonderà in tutta Italia. La Ridicolosa è parente stretta della Commedia dell’arte con la quale condivide i personaggi e la letteratura dialettale.
Già fin dalla metà del secolo precedente la commedia aveva scoperto la comicità dell’inserimento dei dialetti sulle scene, due nomi per tutti: Ruzante e Andrea Calmo inseriscono il dialetto veneto popolare nelle loro opere. Ma colui che più di ogni altro s’avvicinò a questo tipo di commedia fu il perugino Sforza Oddi. Questo commediografo fu il primo ad usare personaggi della Commedia dell’arte inserendoli come comprimari nelle sue commedie, ma già siamo intorno al 1590 e la commedia degli Zanni ha ormai da tempo soppiantato la commedia erudita del Teatro rinascimentale. La differenza tra le due tipologie di commedia è la continuità della Ridicolosa sul solco tracciato dalle commedie del primo Cinquecento, che a loro volta avevano usato la struttura del teatro romano di Plauto e Terenzio.
La Commedia dell’arte, al contrario aveva puntato sulla bravura dell’attore, sull’improvvisazione, e sui canovacci, non tenendo conto delle “regole” teatrali tramandateci dai grandi teorici dell’antichità come Aristotele e Orazio. Infatti una delle grosse differenze fra la Commedia Ridicolosa e quella dell’Arte è la presenza, nel primo caso, di autori e attori dilettanti, come nell’erudita e la loro rappresentazione in teatri accademici, fuori dalle rotte delle compagnie degli attori professionisti.
Giulio Caprin, uno fra i primi che isolò il genere della Commedia ridicolosa, ci spiega bene nel suo articolo, La Commedia “ridicolosa” nel secolo XVII come:

« …erano i letterati che, per influenza dell’ambiente,

venivano incontro ai comici [dell’arte] più

che i comici non pretendessero imporsi ai letterati »

(Rivista Teatrale italiana, 1907)

Ma è in strada che il mestiere di “Dar Commedia”, ritrova la sua originaria forza “prototeatrale”, assumendo caratteri assolutamente innovativi, attraverso quel processo di unificazione di circo clownesco e teatro, che va sotto il nome di “Arte di Strada“.
 IL CARNEVALE: ORIGINE E TRADIZIONE
Il carnevale è una delle feste più antiche e conosciute del mondo: questa tradizione si fa derivare dalle Dionisiache greche o dai Saturnali romani, antiche festività durante le quali cessavano di esistere divisioni di classi e obblighi sociali, per lasciare il posto ai festeggiamenti e al divertimento, spesso accompagnati da scherzi e beffe da parte del popolo verso le autorità e da rappresentazioni sceniche di tragedie e commedie. Secoli dopo queste prassi furono riprese proprio durante il carnevale1 . Il carnevale, così come lo si conosce oggi, nasceva come una festa medievale, il cui significato era molto profondo.
Dal punto di vista linguistico, il termine carnevale deriva dal latino carnem levare, ossia “eliminare la carne”. Quando la festività fu assorbita e adattata alla tradizione cristiana, iniziò ad indicare il banchetto che si svolgeva durante il Martedì Grasso, l’ultimo giorno di carnevale, prima dell’inizio del digiuno e dell’astinenza, tipici della Quaresima, sua diretta antagonista tra le festività religiose e statali.
La tradizione vuole che il più antico carnevale di cui si abbiano notizie certe sia quello di Venezia, le cui origini risalgono alla fine del XI secolo: un documento del Doge Vitale Falier de’ Doni, che porta la data del 1094, parlava per la prima volta di carnevale, riferendosi all’insieme dei divertimenti pubblici che l’oligarchia veneziana concedeva alla popolazione.
Dal carnevale di Venezia la tradizione si sparse in tutte le regioni d’Italia, ognuna con le proprie caratteristiche e peculiarità, ma sempre all’insegna del divertimento, della beffa e soprattutto del mascheramento – che vedeva la creazione delle maschere più strane da parte di quelle botteghe che si stavano specializzando in quel periodo – oltre che dell’annullamento di tutte le differenze sociali. Caratteristica principale del carnevale, sin dai tempi più antichi, era infatti l’anonimato. Era abitudine indossare costumi e maschere che coprissero il volto e che nascondessero così l’aspetto e, quindi, la provenienza da un determinato ceto sociale, permettendo spesso anche prese in giro e derisioni di chi era al potere. Il mascheramento, come già accennato, derivava da tradizioni greche e latine e contemplava diversi soggetti: dai mostri demoniaci agli spiriti della terra, dagli animali ai servi e ai padroni. Dalla seconda metà del Cinquecento, però, le maschere del carnevale subirono una contaminazione proveniente da quella che, solo a partire dal Settecento con Carlo Goldoni, fu definita “Commedia dell’Arte”.
La maschera di Pulcinella conosciuta per la sua scarsa intelligenza e la grande cocciutaggine e la pasta ed il vino, poichè il personaggio amava mangiare, soprattutto nei momenti di pericolo ed il cibo non indicava solo una fame fisiologica, ma anche psicologica. Dall’Ottocento in poi, infatti, Pulcinella non incarnò più solo il classico ghiottone, ma rappresentò la fame dei poveri della società, cioè del proletariato che lo aveva assurto a simbolo. Maschera irriverente che adattava se stesso alle situazioni e a chi aveva di fronte per creare burle e prendersi gioco del pubblico, com’era tipico dei clowns e dei buffoni di tutto il mondo.
DIRITTO DI SATIRA
La satira è una forma di comunicazione, dalle origini molto antiche, che mira alla critica del malcostume della politica e della società. Tale critica viene spesso realizzata con toni aspri ed impietosi per promuovere il cambiamento dell’attuale situazione. Secondo la Corte di Cassazione la satira è una forma artistica che mira all’ironia sino al sarcasmo, esercitato nei confronti del potere di qualsiasi natura. Tale forma di comunicazione rientra nel diritto di manifestazione del pensiero riconosciuto dalla Costituzione e gode della tutela riservata dal costituente alle espressioni artistiche e culturali.
FUNZIONE DELLA SATIRA
La satira, come strumento di denuncia del malcostume della società e della politica, può realizzare un controllo sociale. Infatti l’artista satirico, nella sua opera o nelle sue espressioni, nel criticare i potenti o la società, richiama valori etici condivisibili dalla collettività ed invita a far riflettere. Quest’arte, in ogni epoca, può rivelarsi scomoda ed essere esposta a ritorsioni e censure.
LEGITTIMITÀ DELLA SATIRA RELIGIOSA
Nel caso in cui la satira sia esercitata nei confronti della religione, bisogna valutare entro quali limiti sia legittimo esercitarla: infatti al pari del diritto alla libera manifestazione del pensiero, anche la libertà di religione è tutelata dalla Costituzione. Inoltre occorre operare una distinzione a seconda che la satira si rivolga ad un destinatario ben preciso oppure a simboli spirituali e religiosi. Nel primo caso, valgono le regole sopra enunciate valevoli per qualsiasi destinatario. Sono note parodie e vignette riguardanti membri illustri del clero e dello stesso Pontefice. La situazione si fa più complessa nel caso in cui ad essere presi di mira siano simboli religiosi o una confessione religiosa nella sua totalità. In tal caso va fatta una distinzione: se la satira scaturisce da un avvenimento attuale, e vi è quindi un interesse pubblico, sarà legittima. Al contrario, se la satira viene posta in essere al di fuori di qualsiasi contesto, solo al fine di gettare discredito su una confessione religiosa, può integrare un comportamento penalmente rilevante, in primis il reato di vilipendio a una confessione religiosa mediante il vilipendio di persone.

LA SATIRA E’ UN DIRITTO SOGGETTIVO TUTELATO DALL’ART. 21 DELLA COSTITUZIONE – Ha la funzione di esercitare, con l’ironia e il sarcasmo, un controllo nei confronti dei poteri di qualunque natura (Cassazione Sezione Terza Civile n. 23314 dell’8 novembre 2007, Pres. Nicastro, Rel. Durante).

 “LIBERA SATIRA IN LIBERO STATO”Il diritto di satira ha un fondamento complesso individuabile nella sua natura di creazione dello spirito, nella sua dimensione relazionale ossia di messaggio sociale, nella sua funzione di controllo esercitato con l’ironia ed il sarcasmo nei confronti dei poteri di qualunque natura. Comunque si esprima e, cioè, in forma scritta, orale, figurata, la satira costituisce una critica corrosiva e spesso impietosa basata su una rappresentazione che enfatizza e deforma la realtà per provocare il riso. Ne è espressione anche la caricatura e, cioè, la consapevole ed accentuata alterazione dei tratti somatici, morali e comportamentali di una persona realizzata con lo scritto, la narrazione, la rappresentazione scenica. La satira è espressione artistica nella misura in cui opera una rappresentazione simbolica che, in modo particolare la vignetta, propone quale metafora caricaturale. La peculiarità della satira, che si esprime con il paradosso e la metafora surreale, la sottrae al parametro della verità e la rende eterogenea rispetto alla cronaca; a differenza di questa che, avendo la finalità di fornire informazioni su fatti e persone, è soggetta al vaglio del riscontro storico, la satira assume i connotati dell’inverosimiglianza e dell’iperbole per destare il riso e sferzare il costume. Insomma, la satira è riproduzione ironica e non cronaca di un fatto; essa esprime un giudizio che necessariamente assume connotazioni soggettive ed opinabili, sottraendosi ad una dimostrazione di veridicità.La satira è configurabile come diritto soggettivo di rilevanza costituzionale; tale diritto rientra nell’ambito di applicazione dell’art. 21 Cost. che tutela la libertà dei messaggi del pensiero.
Definizione di satira
“La satira è la forma espressiva con la quale si mettono alla berlina i potenti. Ne enfatizza i difetti con sarcasmo, ironia, trasgressione e paradosso. Esagera i fatti, li racconta con toni surreali e usa metafore dissacranti. Paradossale e dissacratorio è il linguaggio. A volte parte da fatti di cronaca e li rende inverosimili o surreali. Fa ridere, ma può essere un pugno allo stomaco. Dal punto di vista del diritto, la satira non è cronaca. E non è quindi strettamente vincolata alla verità. Ma dalla verità deve trarre spunto. E’ una forma estrema di critica che, non narrando ma esprimendo un giudizio, può avvalersi perfino di un lessico aspro o di un tratto di penna dissacrante senza trascendere in ingiurie gratuite. Rispetto alla critica, che è solo un’opinione, la satira ha in più valore artistico. Quell’arte che, fin dai tempi antichi, ha avuto il ruolo di ‘castigare ridendo mores’. E che additando alla pubblica opinione aspetti censurabili di una persona, raggiunge con il frizzo e la riflessione un risultato etico. Tentare di imbrigliarla e di definirne i limiti è come tentare di afferrare il vento con le mani. Per sua natura la satira non dovrebbe avere limiti.” (Luisa Pronzato su “Almanacco Guanda” 2009)
La satira ha storia antica e multiforme, eppure in Italia, in tempi recenti, si è ritenuto indispensabile procedere ad una chiarificazione giuridica della sua natura, onde evitare che questa travalicasse i limiti stessi della sua funzione. La prima sezione penale della Corte di Cassazione, partendo dal presupposto che il diritto alla satira è di ordine costituzionale, come ricordano gli articoli 21 e 23 della Costituzione, ha così proceduto a definirla nella sentenza n. 9246 del 2006:
[La satira] È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene.
La definizione licenziata dalla Cassazione evidenzia dei caratteri ben precisi che possono esserci utili per capire quali siano gli elementi fondamentali di una buona satira. In primo luogo, viene sottolineato che la satira può avere un altissimo livello, ma questo non è connaturato alla sua manifestazione, anzi è quasi sempre un valore aggiunto. Ciò nonostante nelle sue varie forme le viene riconosciuto un compito di fondamentale importanza, cioè quello di “indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone” con una precisa finalità “correttiva, cioè verso il bene”. La satira quindi ha un fine positivo che la distingue dal semplice vilipendio.

« Il dramma e il dilemma di una “Commedia” non è l’essere o non essere ma il dire o non dire »

By | 2017-08-09T14:06:41+00:00 domenica, 5 febbraio, 2017|Uncategorized|0 Comments