POPOLO

Un Popolo

C’era un tempo in cui non si guadagnava quasi nulla. Non si riesce a immaginare quanto fossero bassi i salari. Eppure tutti mangiavano. C’era, anche nelle case più umili, una specie di benessere di cui si è perduto il ricordo. Non si facevano conti. E non c’era bisogno di contare. Ma si potevano crescere i figli. E quanti se ne crescevano. Non esisteva questa paurosa strozzatura economica che ora, da un anno all’altro, ci dà un nuovo giro di vite. Non si guadagnava niente; non si spendeva niente; e tutti campavano. Non si può neppure immaginare come fosse sana, allora, questa razza. E soprattutto quel buonumore, generale, costante, quel clima di allegria. E quella felicità. Quell’atmosfera di felicità. Certo non si viveva ancora nell’uguaglianza. Non si pensava neppure all’uguaglianza sociale. Oggi non si parla che di uguaglianza. E viviamo nella più mostruosa ineguaglianza economica che forse sia mai esistita. Vivevano, allora. Mettevano al mondo dei bambini. Non avevano in nessun modo l’impressione che noi abbiamo, e cioè di essere ai lavori forzati. Non avevano, come l’abbiamo noi, questa impressione di strangolamento economico, di un collare di ferro che ci tiene per la gola e che ogni giorno si stringe di un giro. La morale era: che un uomo che lavora e si comporta bene sarà sempre sicuro che nulla verrà a mancargli. E ci credevano, ed era vero. Questa vecchia morale tradizionale, della fatica e della sicurezza del salario, della sicurezza della ricompensa, purchè si rimanesse entro i limiti della povertà, e di conseguenza, e infine, della sicurezza nella felicità. Abbiamo conosciuto un tempo, abbiamo vissuto un tempo in cui questo era la realtà. Un uomo che si limitasse nella povertà era al contempo garantito nella povertà. Era scontato che chi agiva secondo la sua fantasia, arbitrariamente, chi entrava in gioco, chi voleva sfuggire alla povertà, rischiava tutto. Chi voleva giocare, poteva perdere. Ma chi non giocava non poteva perdere. Non immaginavano neppure che stava arrivando un tempo in cui chi non giocava avrebbe perso comunque, continuamente e con maggior certezza di colui che gioca. L’inferno del mondo moderno: dove anche chi non gioca perde, e perde sempre; dove anche chi si limita nella povertà viene costantemente perseguitato; e persino nel rifugio stesso di questa povertà. Un detto del cristianesimo così recita: chi si umilia sarà innalzato e chi s’innalza sarà umiliato. Ma noi, la nostra società, siamo destinati ad inaugurare un regime in cui anche chi non s’innalza viene comunque umiliato. Servirebbe un coraggio dell’illusione che non abbiamo più. Sarebbe veramente triste vedere una generazione di anziani conservare tutte le proprie illusioni e vedere i giovani non averne più. Forse una cosa simile non era mai accaduto in nessun altro tempo. È un altro segno di questi tempi? Che uomini di settant’anni sono giovani e quelli di trenta/quaranta non lo sono più!

[Questo articolo trae spunto dal libro: Il denaro di Charles Péguy]

 

By | 2018-03-10T20:37:49+00:00 sabato, 10 marzo, 2018|Uncategorized|0 Comments